Salute mestruale, equità e cultura: perché le "Menstrual station" dell'USI sono molto più di un servizio
Servizio comunicazione istituzionale
22 maggio 2026
Avere a disposizione un assorbente in caso di necessità può sembrare un dettaglio. Per molte donne e ragazze, però, non lo è affatto. Il ciclo mestruale continua infatti a rappresentare, ancora oggi, una realtà spesso accompagnata da imbarazzo, rinunce e, in alcuni casi, vere e proprie situazioni di disagio, che includono la difficoltà di accedere facilmente a prodotti mestruali adeguati e a spazi sicuri e dignitosi.
Le mestruazioni, pur essendo un normale processo fisiologico che accompagna per decenni la vita di milioni di donne, sono state per lungo tempo circondate da silenzi, stigmi e interpretazioni culturali che le hanno associate a vergogna, fragilità o impurità. Basti pensare che nell'antichità il sangue mestruale veniva descritto come qualcosa di misterioso e potenzialmente pericoloso; nel Medioevo le donne erano talvolta escluse da alcuni spazi sacri durante il flusso mestruale e persino parte della medicina ottocentesca tendeva a patologizzare questa condizione descrivendola come fonte di instabilità fisica e mentale. Ancora oggi, nonostante i progressi culturali e scientifici, il ciclo mestruale continua spesso a essere trattato come un tema tabù.
Negli ultimi anni, tuttavia, il tema della salute e della precarietà mestruale ha iniziato a conquistare maggiore spazio nel dibattito pubblico, aprendo una riflessione più ampia sul rapporto tra salute, equità e qualità della vita. Una riflessione che coinvolge anche scuole, università e luoghi di lavoro, chiamati a interrogarsi su come rendere i propri spazi più inclusivi e attenti ai bisogni quotidiani delle persone.
È in questo contesto che si inserisce la scelta dell'Università della Svizzera italiana di introdurre nei propri campus le cosiddette "Menstrual station", dispenser gratuiti di prodotti mestruali installati nei bagni femminili, pensati per offrire un supporto concreto a studentesse, collaboratrici e visitatrici in caso di necessità.
L'iniziativa, avviata in occasione della Giornata Internazionale dell'Igiene Mestruale del 28 maggio, intende contribuire a promuovere una maggiore sensibilità sul tema della salute mestruale, favorendo al contempo il benessere, l'inclusione e l'attenzione alla qualità della vita universitaria.
Per approfondire il significato di questo progetto abbiamo raccolto le riflessioni della Prof.ssa Maria Luisa Gasparri, ginecologa e senologa, Caposervizio presso il Dipartimento di Ginecologia e Ostetricia dell'Ente Ospedaliero Cantonale (EOC), Professoressa titolare presso la Facoltà di scienze biomediche dell'USI e fondatrice e presidente dell'associazione GO WINneRS – Women in Research, Gyn&Ob, e della Prof.ssa Stefania Rizzo, radiologa, Viceprimaria presso la Clinica di Radiologia dell'Istituto di Diagnostica Integrata della Svizzera Italiana (IDISI) dell'EOC, Professoressa titolare presso la Facoltà di scienze biomediche dell'USI e membro del Comitato dell'associazione.
Una questione culturale prima ancora che sanitaria
Il modo in cui un'istituzione progetta i propri spazi racconta anche quali bisogni sceglie di riconoscere. Il ciclo mestruale accompagna gran parte della vita di molte donne, ma per lungo tempo è stato trattato come qualcosa di cui non parlare.
Affrontare il tema della salute mestruale all'interno di un'università significa quindi affrontare non soltanto un tema sanitario, ma anche culturale e sociale. I contesti accademici, infatti, non sono semplicemente luoghi di formazione e di ricerca: sono spazi che contribuiscono a costruire linguaggi, sensibilità e modelli culturali.
In questo senso, iniziative come le "Menstrual station" assumono un valore simbolico importante: rendono visibile un bisogno concreto e contribuiscono a normalizzare un tema che ancora oggi, in molti contesti, continua a essere affrontato con disagio o reticenza.
Fornire prodotti mestruali nei campus universitari non significa offrire un "extra", significa riconoscere un bisogno reale e introdurre un principio di equità sostanziale. Prima ancora che un gesto pratico, è un messaggio culturale.
La precarietà mestruale: un fenomeno spesso invisibile
Il termine indica la difficoltà di accedere con continuità a prodotti mestruali adeguati, a informazioni corrette e a spazi sicuri per gestire il flusso mestruale.
Tale condizione può avere conseguenze concrete sulla qualità della vita, sulla partecipazione sociale e persino sul percorso formativo e professionale delle persone coinvolte.
Anche in contesti economicamente sviluppati, infatti, il ciclo mestruale continua spesso a essere considerato una questione esclusivamente privata, con il risultato che molti bisogni restano invisibili.
Secondo le professoresse Gasparri e Rizzo, affrontare apertamente questi temi significa anche contribuire a ridurre stigma e disinformazione.
Molte donne crescono con l'idea che dolore, disagio o difficoltà legati al ciclo debbano essere semplicemente sopportati. Questo porta spesso a minimizzare sintomi importanti e a ritardare diagnosi.
Un esempio emblematico è rappresentato dall’endometriosi, patologia cronica che secondo diversi studi continua a presentare ritardi diagnostici significativi, anche perché il dolore mestruale viene frequentemente normalizzato o sottovalutato.
La salute femminile nella ricerca scientifica
Il tabù mestruale ha avuto effetti anche sul mondo della ricerca.
Per decenni, infatti, le donne — soprattutto in età fertile — sono state spesso sottorappresentate nei trial clinici, anche per evitare le variabili considerate "confondenti" legate alle oscillazioni ormonali. Questo ha contribuito alla costruzione di modelli medici e protocolli terapeutici sviluppati prevalentemente su dati maschili. Oggi la ricerca in medicina è basata su un approccio più equilibrato e inclusivo.
La sicurezza dei prodotti mestruali e il tema della consapevolezza
Le "Menstrual station" aprono inoltre una riflessione più ampia sulla qualità e sulla sicurezza dei prodotti utilizzati durante il ciclo.
Negli ultimi anni è cresciuta l'attenzione verso la composizione dei prodotti mestruali. Alcuni studi hanno evidenziato la presenza di sostanze potenzialmente dannose in diversi prodotti commerciali. Per questo è importante promuovere maggiore trasparenza, informazione e consapevolezza.
Assorbenti e tamponi entrano infatti in contatto con mucose altamente vascolarizzate per migliaia di ore nell'arco della vita fertile. Negli ultimi anni, diverse ricerche hanno sollevato interrogativi sulla presenza, in alcuni prodotti, di sostanze quali pesticidi residui, ftalati, composti organici volatili o tracce di metalli pesanti.
Il tema è ancora oggetto di approfondimento scientifico, ma è importante che le persone possano compiere scelte sempre più informate.
Anche questo fa parte di un approccio più maturo alla salute femminile: riportare il tema del ciclo mestruale all'interno di un discorso pubblico normale, senza stigma o imbarazzo.
GO WINneRS: ricerca partecipata e divulgazione
Il tema dell'ascolto e della partecipazione è al centro anche dell'attività di GO WINneRS – Women in Research, Gyn&Ob, associazione fondata dalla professoressa Maria Luisa Gasparri.
L'obiettivo dell'associazione è promuovere una ricerca più inclusiva, multidisciplinare e partecipata, capace di mettere in dialogo professioniste della salute, ricercatrici, studentesse e pazienti.
"Crediamo in una divulgazione scientifica capace di rendere la conoscenza accessibile e utile nella vita quotidiana delle persone", spiega la prof. Gasparri. "La scienza che non si divulga rischia di restare a lungo confinata tra specialisti e di non produrre un impatto tempestivo, concreto e significativo nella società."
L'associazione organizza regolarmente incontri, iniziative pubbliche e momenti di confronto in cui competenze scientifiche ed esperienze personali possano dialogare.
Molti progetti, spiegano le promotrici, nascono proprio dall'ascolto diretto delle esigenze delle pazienti e dalla volontà di trasformare problemi concreti in nuove domande di ricerca. Anche il coinvolgimento delle giovani generazioni di medici rappresenta un elemento importante.
"Alcune studentesse di medicina hanno scelto di partecipare attivamente alle nostre iniziative", racconta la prof. Gasparri. "Questo dimostra quanto stia crescendo l’interesse verso una medicina più inclusiva, attenta alla relazione tra scienza, società e qualità della vita".
Un'università che ascolta
Per le due specialiste, la scelta dell'USI di introdurre le "Menstrual station" si inserisce all'interno di una visione più ampia del ruolo dell'università contemporanea.
L'inclusione non è soltanto un principio astratto. Si costruisce attraverso scelte concrete e attenzioni quotidiane.
Riconoscere bisogni spesso invisibili e creare spazi più attenti alla realtà delle persone significa contribuire alla costruzione di un ambiente universitario più consapevole, rispettoso, inclusivo e innovativo perché il progresso non si misura soltanto nelle grandi scoperte scientifiche, ma anche nella capacità delle istituzioni di ascoltare i piccoli bisogni quotidiani e trasformarli in azioni coerenti.